• J.C. CASALINI

LE DONNE IRANIANE

Pensa per un attimo di camminare per strada e di essere arrestata da una polizia responsabile della moralità pubblica perché, in quanto donna, porti la gonna troppo corta, hai l’ombelico in vista o ti sei truccata e vieni portata in caserma e malmenata.

È successo a Mahsa Amini, una ragazza di 22 anni in Iran, per alcune ciocche di capelli che uscivano dal velo imposto, perché ritenute troppo frivole e femminili dai poliziotti che l’hanno fermata. Lei era seducente secondo coloro che l’hanno portata in caserma dove, invece di “insegnarle” come portare la hijad, l’hanno picchiata a sangue e ridotta in stato comatoso. È morta dopo 3 giorni di ricovero in ospedale.

Gli educatori della buon costume in Iran sono il braccio lungo del regime attuale ed è per questo motivo che ogni tentativo di far chiarezza sulla vicenda da parte del Presidente Raisi è una ipocrisia, soprattutto se costui, a seguire, oscura internet per poter eliminare, in segreto e al buio, chiunque si opponga al suo regime. Da quando egli è stato nominato, con il beneplacito del Leader supremo religioso Ali Khamenei, le esecuzioni capitali sono raddop-

piate, coinvolgendo anche prigionieri e cittadini di minoranze etniche a cui non era prevista la pena di morte.

L’accaduto è stato reiterato più volte nei confronti delle donne iraniane sin dalla rivoluzione del 1979 con la caduta dello Shah, aperto all’Occidente, e la nascita della repubblica islamica con R. Khomeini l’anno successivo. Oltre alla recente Hadis Najafi, uccisa pochi giorni fa da sei proiettili sparati dalla Polizia durante le prime proteste per Amini, in tempi passati potevamo essere solidali per Susan Salehi, Forouzan Abdipour, Fariba Dahti, Tahmineh Sotoudeh, Forouzan Abdi, Parvin Haeri, Farangis Keyvani, Roghieh Akbari Monfared, Azam Attarzadeh, Senobar Ghorbani, Shekar Mohammadzadesh, Mahdokht Mohammadisadeh, Ashraf Fadali, Nahid Tahsili, Hadis Najafi, e tante altre, ma dobbiamo sempre attendere l’amplificazione mediatica di un evento per vibrare insieme nell’indignazione di un popolo. Siamo empatici a comando attivati quando è il momento opportuno con la propensione ad assecondare altre logiche più subdole, senza saperlo, che hanno tutto l’interesse a sovvertire il potere attuale; dovremmo essere vicini ogni giorno alla sofferenza delle nostre sorelle e dei nostri fratelli, non soltanto in Iran, ma in ogni angolo del mondo.

Tuttavia cosa ci insegna la vicenda di Mahsa e altre simili? Ci ricorda il sopruso della misoginia di un potere filo-religioso e dell’arroganza di ogni potere quando deviato ed estremo. L’oppressione è un’offesa a ogni fondamento di libertà, di dignità e di rispetto della persona, inteso dell’essere umano con coscienza, come ricordato dalla dichiarazione dei Diritti Universale dei Diritti Umani proclamata dall’ONU.

Le rivoluzioni non nascono da sole, ma sono l’epilogo di un lungo processo viscerale di malessere e disagio di una popolazione che si organizza prima occasionalmente e poi sempre con maggiore coordinamento per manifestare in piazza fino agli scontri violenti che comportano la capitolazione di ogni regime. La storia ci insegna che le rivoluzioni sono la risposta a una forza contraria alla volontà del popolo incontenibile in un dato momento.

Se, alcuni decenni fa, la necessità era di ritrovare una identità nazionale e religiosa contro l’interferenza economica e culturale delle potenze occidentali in Iran, ecco che la nascente rivoluzione odierna del popolo iraniano è sollecitata dalla continua ingerenza religiosa nella vita del cittadino. L’Iran vive un pendolo emotivo dall’oscillazione lunga che difficilmente verrà risolto fintanto che non si comprendono le ragioni di una discriminazione che utilizza da sempre l’ignoranza (nell’accezione del non-sapere) del credente, per rinforzare concetti religiosi distorti e volgarizzati nell’interpretazione ‘esteriore’ e misogina dei testi sacri, contrari al loro messaggio di pace ‘interiore’ di fratellanza e di solidarietà. C’è infatti una grande differenza tra religione e saggezza.

Dopo l’eliminazione di una guida autoritaria, convinti della libertà ritrovata, il rischio per il popolo Iraniano, ma anche per ogni popolo del mondo, sarà di percepirne un vuoto che, nel tempo, se non colmato da una sana spiritualità consapevole e responsabile, consentirà a un rinnovato potere di tornare ancora più brutale di prima.


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