Incipit
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HYPNOS 

Adam, hai mai avuto un viaggio extracorporeo?
La domanda della conduttrice Lakshma giunge improvvisa nella mia volta cranica.
Siamo sdraiati a occhi aperti su comode poltrone al centro di un teatro di posa, entrambi collegati alla piattaforma onirica da cui partono i cavi ottici agganciati sul retro dei nostri caschetti morbidi. Entriamo in Hypnos, il simulatore del mondo virtuale, e prendiamo il controllo delle nostre fattezze di tessuto bianco simile al latex. Abbiamo le gambe incrociate, i piedi nudi, le mani rilassate sopra le ginocchia, gli indici e i pollici che si toccano formando dei cerchi. Le nostre figure sospese e fluttuanti sono una di fronte all’altra, senza espressione, all’interno del maestoso ologramma della Oniro‐Channel. Un parallelepipedo dalle pareti semitrasparenti dietro cui le sagome degli spettatori generano brevi lampi magnetici.

 ‹Avevo sei anni quando accadde.› Trasmetto le immagini col pensiero. ‹Ero appena entrato nel mio letto. Ero supino, avvolto nelle lenzuola, con la testa appoggiata sul cuscino. Non faceva caldo. Certo, non potete percepirlo, ma la temperatura era gradevole. I miei genitori mi avevano dato il bacio della buonanotte, avevano spento la luce ed erano andati a dormire. Ero contento. Oggi direi felice.› Esprimo la parola ‘felice’ con sarcasmo usando la modulazione forzata del punto interrogativo. So che l’applicazione subisce un conflitto visivo nelle relazioni cinestetiche ed emotive, e si aggrappa alla soluzione iconografica più consona per rimediare alla mancanza di dati: in questo caso usa me da piccolo mentre dormo nel mio letto. Questo conferma l’incapacità di Hypnos di interpretare i sentimenti.