• J.C. CASALINI

IL SALONE DEL LIBRO DÀ I NUMERI

Aggiornamento: 25 mag

Dopo 3 giorni di full immersion tra corsie gremite a passo di formica, il contapassi sul mio cellulare si è rifiutato di informarmi quanti chilometri avessi macinato.


La direzione si vanterà di un'affluenza record, di un "evento che passerà alla storia", ritenendo che il successo si misuri in numeri, dalla presenza del pubblico agli incassi. Invece noi, scrittori e lettori, eterni romantici e idealisti, lo abbiamo colto dall'entusiasmo, dal sorriso sulle labbra di tutti, dal contatto degli sguardi illuminati e dalle strette di mano calorose che esprimevano con chiarezza una parte di libertà ritrovata, dopo anni di pandemia e di clausura forzata.


Con questa premessa, devo tuttavia evidenziare una palese superficialità organizzativa. Non mi piace giudicare, scrivo ciò che ho visto e sentito scambiando opinioni con colleghi ed


espositori, con l'unico intento di migliorare il prossimo appuntamento o di dare qualche suggerimento ad altre manifestazioni per evitare di cadere nello stesso errore autocelebrativo, senza considerare le reali esigenze del visitatore.


Il Salone del Libro di Torino, uno dei luoghi preposti alla diffusione della cultura, dovrebbe salvaguardare il rispetto verso l'altro. D'altronde, quando viene nominato un direttore che si era permesso anni fa di pronunciare una terribile battuta maschilista, supponente, sessista e volgare nei confronti di una scrittrice, pensando di fare il brillante citando 'Lolita' di Nabokov da infilare pagina per pagina nel suo culo, nonostante le scuse immediate, non si poteva pretendere una manifestazione impeccabile. Passano gli anni, ma l'indifferenza verso il prossimo rimane sempre nel subconscio, o substrato della neocorteccia cerebrale, quando la consapevolezza non è ancora pienamente realizzata.


Il primo impatto negativo è stato nella biglietteria. Il caldo era soffocante. Ben oltre i 30 gradi senza la possibilità di un refrigerio. Solo alcuni, accorti, avevano con sé degli ombrelli per ripararsi dal sole aggressivo. Nessuno che abbia pensato di fornire acqua a chi restava imprigionato per più di un'ora tra le transenne di plastica disposte a labirinto, vuoi per la lentezza dell'emissione dei biglietti, le disfunzioni dei server, i controlli di borse e trolley o per i soliti blocchi attuati a tutela del politico di turno che doveva presenziare da lì a poco al palco della Rai nel padiglione 'Oval'. Le Forze dell'Ordine, in questi casi, non perdono mai l'occasione di mostrare la propria autorità, senza accorgersi che così facendo esaltano l'arroganza di un potere nei confronti del cittadino, quand'anche un presidente o un ministro avesse desiderato mantenere un atteggiamento umile.


Ho assistito all'indignazione rumorosa di un paio di coppie per il ritardo che si accumulava e che avrebbero dovuto passare prima di altri poiché, a loro dire, avevano una priorità in virtù di un biglietto ricevuto. Erano fuori luogo poiché esprimevano l'Italia dei privilegiati e dei raccomandati che non vorremmo più sentire, né vedere, soprattutto in un luogo di sapienza, di istruzione, di erudizione e di evoluzione sociale. In risposta, nessuno di noi si è aggiunto al loro sproloquio né tantomeno ha cercato di zittirli; questa reazione silente mi ha fatto capire che esiste una parte di società sana! Guardando negli occhi i miei vicini in fila come me, coglievo un sentimento di umile comprensione, vicina alla compassione verso chi è ancora intrappolato al proprio bisogno di ostentazione egoica. L'atteggiamento altezzoso si era trasferito dalla direzione ai suoi simili attraverso un semplice biglietto regalato. Notare che il biglietto era venduto ai più sfortunati a 18 euro, a riprova che il favoritismo è figlia di una supponenza sociale mai risolta.


Oltrepassare la biglietteria di un evento letterario e constatare un typo in uno dei cartelli colorati esposti sopra le casse, alla parola stampata 'asterodide' (vedi foto), si aveva l'anticipazione di ciò che avremmo trovato all'interno: la faciloneria di casa.


La Fiera è stata una kermesse macchiata di errori che si potevano evitare. Sono passati 2 anni dall'ultima organizzazione e non esistono giustificazioni per il poco tempo o la fretta: code per il biglietto, code per mangiare, code per andare in bagno, code ovunque.

Molti espositori si sono lamentati, non a torto. Pagando quello che pagavano per lo spazio espositivo, essi avevano tutto il diritto di ammonire la direzione e i servizi. il giorno prima dell'apertura, si sono trovati di fronte a capannoni che andavano ancora puliti. Il cellophane di tavoli e mobiletti assegnati agli stand prenotati è stato tolto solo il mattino successivo, poco prima dell'apertura, compromettendo la disposizione dei libri preparata per essere pronta all'afflusso del pubblico nei minuti successivi. Inoltre, già dal secondo giorno, i tappeti tra le corsie si arricciavano in più punti sui bordi con il rischio di far cadere l'incauto o distratto pedone.


Cosa ha portato di nuovo il Salone del Libro di Torino dalle precedenti edizioni? Poco e nulla. Mi sono stupito nel constatare come la transizione tra la stampa cartacea e quella digitale viene ancora vista con sospetto. Non ho percepito la doppia tecnologia viaggiare a braccetto. La Fiera, più interessata a riempire i propri capannoni, ha perso l'occasione di invitare tutti gli espositori, soprattutto quelli piccoli ad integrare il più possibile la virtualità nella presentazione delle proprie opere. Tutto era demandato alle scelte personali degli editori, senza che si sia potuto trovare un comune intento sul domani che ci attende, in un disegno più ampio, elevato ed innovativo che dovrebbe sempre essere suggerito da chi è alla guida di ogni progetto. Quando il 'vecchio' sostiene che non si possa fare cultura attraverso i devices, la demarcazione tra il passato e il futuro era ben nitida. Eppure una manifestazione letteraria come il Salone del Libro di Torino dovrebbe essere un luogo preposto all'integrazione dei due modi di pubblicare e a raccontare il presente in corso che spingerà lo scrittore nel prossimo futuro a diventare imprenditori della propria attività letteraria. Sarà inevitabile che l'editore subisca una trasformazione del proprio ruolo e si ritrovi a contrattare sulle royalties quando è quasi sempre l'autore a occuparsi di comunicazione e promozione a proprie spese. La direzione ha voluto salvaguardare l'integrità di un vecchio metodo di fare pubblicazione basato sullo sfruttamento degli scrittori. D'altronde, agli organizzatori è più comodo avere pochi interlocutori intermediari per snellire il proprio impegno, di fatto consentendo il continuo monopolio della pubblicazione di opere a pochi attori (alcune quotate in borsa) evitando al nuovo di emergere e di frazionare il mercato attraverso l'agilità del digitale.


La Fiera era pronta ad accogliere gli emergenti? No! C'erano solo un paio di stand di gruppi letterari indipendenti che non hanno avuto il supporto che si sarebbero meritati. Dove sta l'equità? Eppure sono la scrittura e il pensiero degli scrittori ad essere la materia prima di tutto il settore, non il prodotto finito in mano agli editori!


L'affluenza è stata superiore a quella degli anni scorsi? La Direzione avrà poco di che gioire, poiché il risultato ottenuto è stato solo nel desiderio dei cittadini di riappropriarsi del proprio tempo, del proprio movimento, del contatto umano e dei propri sogni di scrivere e coltivare la quarta arte, nobile in egual modo come tutte le arti. Nei prossimi giorni, sentiremo parlare soprattutto di numeri presenze ed introiti poiché il turbo-liberalismo è riuscito a corrompere pure la cultura nella sua esposizione di grafici e percentuali.


Dove si antepongono i profitti, contano soltanto i numeri che nulla hanno a che vedere con l'Arte. È infatti discutibile la scelta di alcune case editrice che, più che realizzare un luogo di contatto e di confronto con il lettore, hanno preferito replicare il format di un negozio, sfruttando l'opportunità del raduno di massa per spingere le vendite delle proprie pubblicazioni. A cui aggiungo i servizi di ristorazione dove ho pagato ben 10 euro un hamburger! Tra le varie responsabilità a cui una guida dovrebbe porre attenzione, ci sarebbe quello di calmierare i prezzi dei servizi di ristorazione.


Non stupiamoci se in Italia si legge ancora poco. Alle scuole capaci di svilire il piacere della lettura ai giovani studenti, ecco che ora si aggiunge una manifestazione imprigionata alle logiche economiche di un costo opportunità a breve termine mai attente alle reali esigenze del pubblico, inteso come gruppo di soggetti singoli. Friedrich Hayek, economista austriaco, premio Nobel 1974, sosteneva che senza il rispetto dei valori di ogni individuo, ogni società non può ritenersi libera.



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